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Mannaggia a Willie!

Occhei, lo ammetto, tanto non c’è mica da vergognarsene. Il pensiero del tizio, Willie, protagonista di un romanzo illuminante appena uscito qual è <La parte migliore degli uomini> di Tristan Garcia, io lo condivido. Sul serio, lo condivido, ma lo <provo> a fatica. Forse è colpa dell’età, c’è un’età per tutto…vabbè sentite qui: <E’ ora di prendere le distanze, ci lasciamo travolgere dallo spirito dei tempi, e loro sfogano tutte le loro fantasie, Internet, la comunicazione, il desiderio fine a se stesso, errante…Bisogna essere lucidi (…) è tutto questo periodo, tutto questo sesso esplicito, sbandierato, nella musica. Non è più possibile vivere un amore intimo, un desiderio personale (…) c’è una specie di resistenza nell’essere ancora capaci, semplicemente, di tenersi per mano>.
Capito? Bellissimo, tosto, cazzuto. Parliamo di contro-omologazione, di anti-televisivo, di non catalogabile, insomma Willie in qualche modo, anzi in modo <alto> è un rivoluzionario, uno scapigliato. Lui sì. Ma allora perché lo approvo ma riesco a <sentirlo> sulla pelle, negli occhi, nella mente in modo debole? Ve lo dico io perché. In qualche modo sono un omologato e in qualche modo, per alcune cose, mi sta bene. O meglio, non posso farne a meno. Terribile? Forse. Col sentimento ci sto, con il corpo no. O forse neanche col sentimento. Insomma c’ho un casino nella testa dopo aver conosciuto Willie.
A voi succede la stessa cosa?
Jattperplesso

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